L’imperfezione come costante

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Nasciamo e ci insegnano a tendere alla perfezione, all’eccellenza.
Ci insegnano questa come unica ricetta vincente per la vita.

Io ci ho provato. A scuola, a danza, in amore, nel lavoro, nelle amicizie.
La studentessa modello, la ballerina da provino alla Scala, la fidanzatina che cucina cupcake, la sgobbina perfetta e l’amica che ti dice esattamente quello che vuoi sentirti dire.

Ogni volta qualcosa dentro di me si ribellava.
Alle superiori, all’ultimo anno, ho preferito gli 8 ai 10, mi sono goduta l’adrenalina di qualche marina e qualche entrata alla seconda ora.
E sinceramente dopo anni di angoscia se non arrivavo puntuale, se stavo a casa ammalata, se il primo giorno di scuola non riuscivo a prendere posto in prima fila…
L’ultimo anno me lo sono goduta.

Ore di allenamento, giornate a digiuno perché non si deve vedere la pancia, piedi sanguinanti, sudore e gambe che non ti reggono in piedi dalla fatica. E non era mai abbastanza. Riprova, ricomincia, così non va.
Perennemente imperfetta, si può sempre fare meglio, dare di più.
Ti fanno odiare quello che ami. Smetti di cercare di migliorarti, ti fanno credere che non ce la puoi fare.
E così, 4 giorni prima di un provino che può cambiarti la vita, crolli e ti autoconvinci che non c’è la puoi fare.
Invece c’è l’avresti fatta.

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In amore tutta un ‘sì signore’, al punto che un bel giorno ti chiedi se il tuo fidanzato sappia qual è il tuo colore preferito, la tua musica preferita, i tuoi hobby, le tue passioni e i tuoi sogni. Risposta: no. Perché? Perché ti sei sempre sforzata per tendere alla perfezione, la perfezione secondo altri.

Al lavoro mutismo e rassegnazione.
Mai chiesto di più. Non dico preteso, ma chiesto. Dato tutto per scontato, data fin troppo per scontata.
E l’efficienza cronica va a finire che diventa uno standard che crea aspettativa.
E mai gratitudine o la meraviglia davanti al talento. Bisogna battere i pugni sul tavolo e imparare ad esprimersi e confrontarsi. Siamo tutti sullo stesso piano. E ditemi, cosa c’è da perdere?

‘Tranquilla, tornerà… Ti ama, si vede… Andrà tutto per il meglio. La vostra storia è meravigliosa’.
Ma quanto male fanno queste bugie?
Le famose frasi di conforto. Bugie.
Un’amica deve avere il coraggio di dirti le cose come stanno. Con tatto e con le giuste parole. Ma la verità. E starti accanto, anche quando ti dice che è dura.
Fa male. Ma si sopravvive.

Ho smesso di cercare la perfezione.
Perfezione intesa come la intendono gli altri.
Ho iniziato a diffidare dell’eccellenza, nasconde grandi fragilità. Come difetti di fabbrica.

Preferisco l’imperfezione coerente.
Coerente con se’ stessi.
Preferisco migliorarmi, piano piano.
Giorno dopo giorno, ora dopo ora.
All’eccellenza preferisco l’eccezione.
Unicità che ci distingue.

Ho imparato a studiare perché ne sentivo il bisogno e volevo raggiungere un obiettivo.
Ho accettato dei 18 e meritato dei 30.
Ho ricominciato danza, senza l’angoscia della prestazione, ma per il piacere di fare qualcosa che amo e per cui sento di essere portata.
Ho smesso di dire di sì è di omettere quello che mi piace.
Non rispondo più con ‘come preferisci amore… Quello che vuoi tu… Prendo quello che prendi tu…’.
Mi piace farmi amare per quello che sono.
E mi piace amare anche i difetti delle persone.
Ho chiuso con la speranza che le persone cambino.

Cerco di essere sincera, con delicatezza. Non riesco più a mentire perché certe volte è conveniente e limita – solo momentaneamente – i disastri emotivi.

Mi vesto come mi sento in quel momento, e sono dispiaciuta se c’è chi preferisce il conformismo all’essere se stessi. Ignoro chi giudica o critica solo perché muovere la lingua è più facile che azionare il cervello, troppa fatica.

Frequento le persone che mi fanno stare bene, con cui si può parlare, confrontarsi e crescere.
Evito chi non mi lascia niente. Alcune persone sono perfette per una serata a base di alcool e risate, ma assolutamente incapaci di darti altro.

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