Amiamo inseguirci, ma evitiamo di trovarci

Domenica, ore 9.25 am – da qualche parte a 1.475 m s.l.m

snow

Esco dalla doccia grondante, afferro l’asciugamano e schivando la valigia aperta per terra faccio lo slalom e raggiungo il cellulare sul comodino della mia camera d’albergo.

Digressione – Il mio telefono rosa non squilla mai, è sempre in vibro… Ma non vibra nemmeno.
Strano come al tuo numero personale nessuno ti cerchi mai.
Tutti sanno che alla fine rispondo anche mentre dormo al telefono di lavoro, e mi chiamano lì.
Tutti tranne una persona, che fin dall’inizio mi ha detto “Io il tuo numero di lavoro l’ho avuto subito, il tuo personale me lo sono sudato. E se permetti, io ti chiamo sul telefono rosa. E se sono l’unico, meglio”.
Erano ancora momenti felici questi tra noi, prima che io cambiassi il suo nome nella rubrica in NON RISPONDERE.

Sveglia – Arrivo al telefono, e nell’istante che passa tra quando prendo in mano il telefono rosa, lo sblocco e apro il messaggio, nella mia mente scorrono i probabili mittenti (nell’ordine): mamma/papà preoccupati per la bufera di neve, amica ubriaca dalla sera prima, errore di invio di qualcuno.
Apro il messaggio “Sveglia?”. Non serve nemmeno leggere il mittente di un messaggio così.
L’autore poteva essere solo una persona.
Sorrido (o forse sogghigno) perché nonostante tutto ogni tanto lo so che ha bisogno (e forse anche io) di un contatto, per ricordarci che il mondo è rotondo.
Sono finiti i momenti in cui mi veniva la tachicardia e iniziavo a sudare e a dare di matto quando ricevevo un suo messaggio. Ora sogghigno. A volte mi vengono pure i pensieri da Stronza, ma vabbè. Scivola, davvero.

Se ti rispondo vuol dire che sono sveglia – “Sì”, con l’accento sulla i, è stata la mia risposta. “Digitazione…”. Penso tra me e me che in due anni che lo conosco non mi era mai capitato che aspettasse una mia risposta, solitamente io aspettavo sue risposte, per ore.

“Tra mezz’ora sono sotto casa tua, caffè?”.

breath
Il destino è curioso (o collaborativo che dir si voglia), perché mentre lui probabilmente si trovava a poco meno di venti chilometri da casa mia e avrebbe fatto il gran gesto di passare a prendermi per un caffè, io mi trovavo in mezzo ai boschi, con mezzo metro abbondante di neve tra me e la crosta terrestre a duecentodue chilometri da lui.

“Dovresti saperlo che non è facile nemmeno bere un caffè con me [condividi posizione]”.

In realtà erano più alte le probabilità che ci incontrassimo per caso – come già successo – da lì a un’ora nello stesso bar dove sarei andata a fare colazione poco dopo. Invece eravamo l’uno nella zona di comfort dell’altra. E come sempre succede, non ci si sente mai a proprio agio durante un’invasione di campo in terra straniera.

Meglio così, perché tra noi forse l’unica cosa che vale la pena è inseguirsi.
Non tanto trovarsi.

ride

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