Seduta ad un caffè

Non ho dubbi sulla veridicità del fatto che numerosi grandi autori hanno sfornato pagine intere dei loro capolavori ispirati da quello che gli accadeva attorno seduti ad un caffè.

Quest’oggi ne ho avuto la conferma.
Succede che, lo sappiamo, le dinamiche sociali sono assolutamente cambiate negli ultimi anni.
Il nostro modo di interagire, di relazionarci, di passare il tempo è cambiato.
Tutto si è evoluto e ne siamo coscienti e, in qualche modo, coinvolti volontariamente o meno.

Non riusciamo ad immaginare una vita senza cellulare, navigatore, tablet, wifi.
Ma non voglio fare la nostalgica facendovi riflettere su quanto era diversa la nostra vita quando per chiamare gli amici si usava il telefono fisso di casa mentre, se era necessaria più privacy, si acquistava una tessera da 5 mila lire per la cabina telefonica.
Non voglio farvi angosciare nemmeno sul fatto che una volta non c’era il tom-tom e che per raggiungere una meta si usava il Tuttocittà.
Tantomeno è questa la sede per disquisire sulla concretezza delle relazioni di oggi, tempestate di abbreviazioni e faccine.
Il “si stava meglio quando si stava peggio” non voglio dibatterlo in questa sede, non per ora.
Dico solo che, ogni tanto, rimpiango la Christmas Card della Omnitel e gli squillini per un “ti penso”… Erano i tempi in cui era ancora tutto ibrido, i cellulari erano pesanti ed ingombranti e ancora si dava importanza ad uno sguardo.
Però vabbè.

L’apertura della parentesi su come siano cambiate abitudini e dinamiche relazionali, solo per introdurvi la mia riflessione odierna, scaturita dal semplice gesto di “osservare” le persone.
E sottolineo osservare, non stalkerare.

Mi piace stare da sola, spesso. Non soffro di solitudine, anzi.
Molte volte ho bisogno di stare un po’ con i miei pensieri, per ristabilire l’equilibrio.
Ogni giorno, mediamente 15 ore al giorno, sono in continuo contatto con le persone – come la maggiorate di noi – e sapete cosa intendo: ascoltare, concentrarsi, sorridere, parlare, ragionare,…
Ogni tanto il silenzio è la cura migliore.
Il silenzio come una tisana detox.

a24aaa41b969dcdc62686c7a998351eaOggi, nella Grande Città (Milano dove sto frequentando un master nei weekend, ndr), ho optato per un pranzo in una nota backery tanto decantata per assopire le tensioni e festeggiare il primo vero sole sorseggiando un caffè americano, azzannando un bagel New York Style e sbavando sulla pagina dei dolci del menù.
Approfittando del dolce e caldo sole, decido quindi di sedermi fuori su un tavolino e ne scelgo uno centrale.
Al mio arrivo c’era solo una coppia di ragazze francesi, accomodate proprio accanto al tavolino alla mia destra.
Inizio a leggere il menù, piacevolmente disturbata dal loro chiacchierare in questa lingua a me incomprensibile ma che da sempre mi affascina.
Subito alla mia mente affiorano ricordi di un weekend parigino, di quando ancora si poteva fumare nei locali.
Tutta la scena in quel momento era molto parisienne: due ragazze che fumano, mangiano un croissant salato, parlano concitate e gesticolando, probabilmente d’amore.
Avevo già scelto cosa mangiare dopo circa 40 secondi che avevo il menù in mano, ma ho continuato a far finta di leggere perché volevo godermi questo momento estemporaneo che mi ha portata per 5 minuti nella capitale francese, con il cuore e la mente.

Improvvisamente il tutto viene interrotto dall’arrivo di una madre rumorosa ed elegante che parla in francese (destino?) al suo bambino di circa otto anni appena uscito da scuola.
Lei assolutamente chic ed elegante, di quelle donne della “città bene” che molti ammirano.
Piega dei capelli perfetta, borsa al braccio coordinata alle scarpe e agli occhiali da sole.
Mi ha fatto tenerezza questo bambino, pacato e silenzioso, completamente travolto dall’irruenza e la presenza della madre.
Si siedono alla mia destra, due tavolini più in la.
Con mia sorpresa, il francese si alterna con disinvoltura all’italiano. La conversazione tra i due (più un monologo della madre) è un continuo switch tra l’italiano e il francese, armonico ed elegante.
Nel frattempo arriva la mia coca zero e, mentre aspetto il bagel, penso a quanto sia bello parlare due lingue che poi per te sono una lingua unica.
Ordinano, ma aspettano una terza persona, il papà.
Nella mia mente partono immagini di quest’uomo charmant, vestito in completo grigio che profuma di Creed con il viso malinconico di chi ama la sua Parigi ed è costretto per lavoro e amore ad arrendersi ad un surrogato come Milano.
Prima del bagel e del papà arriva una giovane coppia ad occupare il tavolo tra me e gli italo-francesi. Giovani, carini entrambi. Al momento sembrano colleghi di lavoro, perché solitamente è difficile trovare coppie di innamorati “bene assortite” (passatemi il termine, magari un giorno approfondirò).
Oh, oh. Il mio bagel. Enorme e ingestibile. Ah, ecco. Mi avevano portato anche le posate. Che chiccheria. Forse qua si mangiano i panini con le posate, come nei ristoranti fighetti. Ah, vero. Sono in un posto fighetto. La giovane e carina noto che ha appoggiato la sua borsa di Zara reversibile per terra.
Essendo solidale e non facendo differenze tra una shopper di Zara e una speedy di Vuitton, gentilmente le dico che può appoggiare la sua borsa sulla sedia del mio tavolino.
Per un attimo entrambi i giovani e carini mi hanno guardata come un’aliena.
Bè, lo avrei fatto anche io. A parte la solidarietà, solitamente avrei solo pensato (e mai fatto) di proporre ad un estraneo (per di più una ragazza con un bel fidanzato ) di condividere un pezzo del mio spazio.
Devo aver fatto proprio un gesto assurdo e atipico, sia per la Grande Città che per me.
Ok, allora il metodo è tagliare con coltello e forchetta il bagel e mangiarlo però con le mani.
E’ arrivato il papà.
Sì, un bell’uomo. Curato elegante. Probabilmente il profumo era un Terre d’Hermes, niente Creed.
Non chiedetemi che voce aveva, se parlava francese o se la sua cadenza era morbida e autoritaria.
Non sono riuscita ad ascoltare quest’uomo.
Anche perché non credo abbai avuto mezzo secondo per esprimersi.
Il bambino ha preso un sandwich al tonno, la madre un sandwich avocado e pollo. Lui non lo so.
Ma probabilmente avrà deciso lei per lui.
Sì, il tono di voce della mamma era sicuramente superiore alla media. C’è anche da dire che i giovani e carini hanno mangiato velocemente i loro bagel in religioso (e kosher?) silenzio, senza parlare.
Certo, sguardi agli smartphone, un bacio veloce sulla guancia tra un boccone e l’altro ma niente.
Insomma, li avevo a 30 cm da me e non li ho sentiti parlare.
C’era confidenza, era evidente. Non era un primo appuntamento. Sicuramente stavano insieme da un po’, ma non da così tanto per aver già perso tutta quella magia.
Probabilmente anche loro, come tante coppie al ristorante, sono entrati nel loop del silenzio e occhi bassi.
Continua lo show della madre, che ha maltrattato una commessa da Gucci perché le ha venduto una camicia per il marito fallata.
Lui zitto.

In tutto questo le due ragazze del flashback parigino hanno liberato il tavolo e si sono accomodati due giovani ragazzi, probabilmente miei coetanei (ho detto giovani, ndr).
Anche qua la scena è molto simile a quella della mamma, solo con argomentazioni diverse.
Dei due ragazzi infatti ho captato solo la voce di uno dei due, quello con il cuore infranto.
L’altro ha solo annuito e masticato. Il cuore infranto ha solo parlato, mostrato screenshot e divorato l’hamburger con bacon e french fries in pochi morsi, per stare al passo con l’amico.
I giovani e carini se ne vanno quando mi arriva la seconda lattina di coca zero (devo bere almeno mezzo litro a pranzo).
Mi sarei aspettata un grazie per la borsa, o un sorriso. Niente.
Nella Grande Città non si accenna mai ad un sorriso.
La prossima volta, niente cortesie ma piuttosto un ammiccamento al giovane e carino.
La madre nel frattempo ha fermato una passante, una donna anche lei iper elegante e con i capelli fin troppo precisi, però appena uscita da una conferenza stampa di presentazione della startup super innovativa e femminista della moglie di Tizio che lavora con Caio che anche la madre ha conosciuto ad un cena con Pippo (al Nobu).
Anche qui, del marito e del figlio non percepisco segnale.
La mamma subito a lanciar sarde sull’organizzazione di una cena tutti insieme anche con i figli di Tizio e di Pippo (ma non al Nobu).
Perché il figlio di Pippo è a scuola con suo figlio, che solo ora capisco che è uscito da scuola e si è dovuto sorbire il pranzo con la madre perchè non stava bene.
Gli conveniva fingere di stare bene.
Sarebbe stato sicuramente più sopportabile.

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In tutto questo è almeno un’ora che per seguire tutte queste dinamiche non controllo il cellulare. Ma a questo punto, passo al level pro e apro direttamente il portatile e faccio due cosine di lavoro, ovviamente per non sentirmi in colpa perché la mia pausa pranzo stava finendo per essere fin troppo divertente.

Morale della favola, le persone sono meravigliose e ispiranti.
Non serve farsi i fatti degli altri per capire molte cose, le persone a volte basta osservarle nel loro contesto naturale per capire molto di loro. Molto di più di quello che dicono, dimostrano o vogliono far sembrare.

Senza giudicare, solo per supporre.
Una donna più realizzata, con più fiducia in se stessa avrebbe parlato meno di se, monopolizzato decisamente meno il discorso e ascoltato di più. Avrebbe lasciato spazio al figlio, al racconto della sua giornata, gli avrebbe rubato un sorriso accompagnandolo da una carezza e dolci parole sussurrate garbatamente, in pendant con l’ordine dei suoi capelli e i suoi accessori griffati.
Una coppia di giovani amanti, avrebbe approfittato di un’ora di sole insieme per scambiarsi sguardi complici e ammiccanti, baci appassionati al sapore di cream cheese conditi da risate rumorose e di pancia.
Un amico vero ad un certo punto avrebbe interrotto il flusso di coscienza dell’altro con il cuore a pezzi, per dirgli che la sua ex è una stronza e che il mondo è pieno di ragazze intelligenti che meritano la sua attenzione.
Le due ragazze francesi avrebbero potuto notare che ai tavoli non c’erano i posaceneri e che magari non era il caso di fumare, se solo si fossero accorte di quello che accadeva accanto a loro con un po’ di rispetto per il mondo.

Dopo tutto questo, decido di chiudere il Macbook, pagare, infilarmi le cuffiette bianche alle orecchie (qua nella Grande Città tutti hanno le cuffiette alle orecchie mentre camminano) e di proseguire lungo il Corso alla ricerca di un posto per un buon caffè, in piedi questa volta.

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