Odi et amo

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior. 

Catullo, un visionario.

Potrei annoiarvi raccontandovi del tipico ciclo di vita di un amore.
Il primo sguardo, poi l’amore, l’angoscia, la rabbia, l’odio e poi l’indifferenza.
Potrei proseguire con un’approfondimento sull’argomento, dilungandomi su come queste fasi siano un ciclo, che non solo ritroverete nella vita, ma spesso anche con gli stessi protagonisti.

Invece, oggi ho pensato “all’odio e amore” per eccellenza nella vita, l’eterno rapporto irrisolto, il grande amore incondizionato che provoca scontri come temporali ad agosto.

Fissiamo gli antefatti.
Sono sicuramente una ragazza fortunata, non mi è mai mancato niente nella vita.
La mia fortuna la devo ai miei genitori, per come mi hanno cresciuta e per i valori che mi hanno trasmesso.
Sarà retorica, ma ve lo posso provare.

Noi non siamo la famiglia del Mulino Bianco, non ho un esempio di amore fiabesco accanto. Tutt’altro.
Non ci sono pranzi di Natale e di Pasqua a casa mia, cene di compleanno o domeniche in famiglia.
I miei genitori sono lo specchio dei tipici genitori degli anni ’90, di quelli che – con il senno di poi – avrebbero dovuto divorziare venti anni fa, ma ancora era un tabù. Solo i più “coraggiosi” lo facevano.
Suona strano come racconto, lo immagino, ma sono convinta che qualche coetaneo capisce cosa intendo.

Nonostante io non abbia avuto un esempio autentico di “nido” e amore per la famiglia accanto – e non abbia quindi vissuto questa esperienza a modi reality show – ripongo le mie speranze nei film e nei libri che ci  raccontano di certi affetti, certi legami. Raccontano di figlie perfette, padri presenti.

Come dicevo, sono fortunata. Perché nonostante il dissesto familiare nel quale sono cresciuta, l’amore dei miei genitori per me ha sempre riparato le altre mancanze, al punto da poter affermare che non mi è mai mancato niente.

Mi hanno insegnato l’arte di rimboccarsi le maniche, hanno creduto in me e nelle mie capacità anche se spesso non capivano nemmeno di cosa parlassi (“stage” di danza, “Erasmus”, “laurea magistrale”, “tirocinio”, “apprendistato”, …).
Ciononostante, lungo ogni percorso, quando mi sono voltata, li ho sempre trovati dietro di me.
Magari non si tenevano per mano e stavano discutendo, ma c’erano.

Il rapporto con mio padre è delicatissimo. Quello con mia madre machiavelliano.

Forse a mio padre non ho mai perdonato l’essere stato il primo esempio davanti ai miei occhi di uomo che tradisce.
Magari un giorno troverò la forza di spiegarvi come questo possa avere ripercussioni su una vita.

Forse a mia madre non ho mai perdonato il fatto di essersi arresa.
E lei non mi perdonerà mai la frase urlata in un impeto di rabbia in cui le ho detto “non voglio fare la tua fine“.
A volte essere figli ci fa credere di avere diritto a delle licenze poetiche (chiamiamole così) nei confronti dei nostri genitori a dir poco epiche.

La cosa più dura e triste che devo ammettere con amarezza è che con l’età (mia e di mia madre) nulla è stato superato, anzi.
Una donna a sessant’anni cambia, inizia a fare i conti con il bilancio della vita.
Una donna a trent’anni ha forse in corpo tanta rabbia e aggressività ma, purtroppo, non è solo riservata al “mordere” la vita, spesso è più facile liberarla verso chi ti ama e sembra non sanguinare quando lo ferisci.

Sono trent’anni che mi sento dire che sono uguale a mio padre, fisicamente e caratterialmente. Invece credetemi, se aveste la possibilità di vedere una foto di mia madre da giovane capireste che non è proprio così. Ripensando a certi racconti sulla sua vita, non è proprio così. Anche se non lo ammetterei mai.

Non lo so come funziona quando le altre figlie si confidano con le loro madri, quando vanno a fare shopping insieme o si telefonano per dirsi che si mancano.
Io non l’ho mai fatto.
Sono sempre stata indipendente, o forse solo cuore di pietra, o magari una figlia ingrata ed egoista.
Ho avuto tutto quello che potevo desiderare e spesso non ho nemmeno detto grazie.

Quello che sento è, che in questo momento, non so se potrò mai rimediare a tutte queste mie mancanze da figlia, non so se mai potremmo essere una di quelle famiglie che aprono i regali insieme la notte di Natale.
So che spesso mi ritrovo a dare la colpa ai miei genitori se non siamo una famiglia da pubblicità. Accuso mia madre se il nostro rapporto non è come quello tra Rory e Lorelai.

La mia grande paura è che un domani mi pentirò di non aver fatto il possibile per migliorare tutto questo, che magari se sarò madre mi ritroverò nella stessa situazione (karma docet) o per non essere stata abbastanza riconoscente.

Ho tanto fatto per rendere i miei genitori orgogliosi di me, ma in realtà mi rendo conto che la maggior parte delle volte ho pensato solo a me.

A volte vorrei fosse tutto più semplice.
Che si potesse parlare, ammettere le proprie colpe e ricominciare, alla luce di quel famoso amore incondizionato (reale) che ci lega fin da quando nasciamo ai nostri genitori.
E se è vero, come molti teorizzano, che nella vita scegliamo tutto ciò che ci circonda, compreso chi ci mette al mondo, allora forse non mi resta altro che mettere in pratica il primo dei loro tanti insegnamenti: rimboccarsi le maniche e renderli orgogliosi.

Forse basterebbe un abbraccio in più, un grazie o un ti voglio bene.
Che ai più sembrano scemenze, ma io non sono abituata a tutto questo e magari potrebbero essere un primo passo verso la pace in questa infinita “Guerra e Pace“.

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2 thoughts on “Odi et amo

  1. E’ un argomento molto insidioso. Il rapporto tra Lorelai e Rory secondo me non è auspicabile. Anche se, ogni volta che guardo quel telefilm, mi viene da sorridere… capisco che comunque non è giusto che sia così. Forse è proprio perchè mi faccio troppe domande – non uguali, ma simili alle tue – non riesco a credere che potrei essere genitore anche io. Buona giornata, in ogni caso!

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