D’amore non si muore

Mi piacerebbe che questo fosse uno di quegli articoli che rompono il silenzio dopo tanti mesi con una notizia di quelle che ci si aspetta da una commediola romantica.

Dopo mesi di silenzio vi annuncio che mi sposo!No.
Finalmente posso dirvelo, la famigliola si allarga!!” No.
Pensavate non ce l’avremmo mai fatta eh? Siamo ancora felicemente innamorati!No.

Andiamo quindi subito al punto, anche perché non è questo il topic del post: sono sul mercato (affollato) di nuovo, un’altra volta. Quindi il silenzio è derivato da un black out tecnico. Ma eccoci qua, again.

Ed ecco il topic. Sí, eccomi qua. Viva, vegeta, non necessariamente più magra o patita. Testimonianza vivente della grande verità testata su me stessa per l’ennesima volta. Di amore non si muore.

Sí belli miei, mettetevela via. Bella o brutta che sia ‘sta cosa, benedizione o condanna, l’unica certezza è che dalle tragedie sentimentali se ne esce vivi. Poi, il livello di coma, la reversibilità o meno dello stato, l’induzione dello stato vegetativo o meno… Be, questa è la vera sfaccettatura personale del tema. Però, se dobbiamo provare a generalizzare e affrontare il tema per massime, mettetevelo in testa: di amore non si muore.

Partiamo dal fatto che, anche se vogliamo cercare di generalizzare il concetto, l’amore e la sofferenza sono ovviamente variabili con un amplio spettro di gradazione insita nel loro stesso concetto.
Amore e sofferenza, tra le varie, sono due tra i cardini dell’insieme eterogeneo chiamato “relazione sentimentale”.
Quindi, ribadisco, per quanto per motivi stilistici ci troviamo in un caso di generalizzazione del tema, per favore, tenete in considerazione che ogni caso è un mondo a sè (nel quale possiamo, appunto, eventualmente riconoscere degli andamenti più frequenti e, per questo, generalizzabili). Questo ci tengo a precisarlo per gli infedeli che condanneranno la sottoscritta con un lapidario “ma tu che ne sai?”.

Il momento in cui ti comunicano che è finita – ndr. ben diverso dal momento in cui lo realizzi – è l’attimo il cui ricordo tutti cerchiamo di anestetizzare.
Si genera il vuoto cosmico attorno, i rumori diventano ovattati, tutto va al rallentatore, si sente freddo anche ad agosto, davanti a te vedi persone amiche con occhi sbarrati che balbettano frasi di cui riconosci il suono: le condoglianze dell’amore (“Mi dispiace, passerà. Era uno stronzo, meglio cosi“).
Questo è l’attimo in cui lo stimolo arriva al cervello con il messaggio “sto per morire, la mia vita è finita“.
Questo è l’istante esatto in cui non vedi futuro, non vedi presente, vedi solo il passato. “Perchè?”, “Non ci credo”, “Non è possibile“.
Perdiamo cosi tanto tempo a chiederci il perche di qualcosa che, per quanto ne valga la pena, molto spesso non ha alcuna relazione con quel “perchè” che tanto ci sfianchiamo a cercare come dei dannati.

Per la cronaca, e sempre per lanciare il croccantino ai miscredenti, chiariamo che non è che il lasciante stia meno male del lasciato.
L’unica differenza è il momento in cui viene vissuto l’attimo in questione. Spesso il lasciante si fa pure carico della responsabilitá del dolore del lasciato. Quindi non sottovalutiamo nemmeno questa condizione.

Lo step due è rappresentato dall’azione-reazione post-shock.
Che sia messo agli atti che non stiamo affrontando il tema di come si supera la fine di una storia come la letteratura psicologica classica insegna: shock, spavento, dramma, rabbia, euforia, depressione, sbigottimento, accettazione, perdono.
Qui il punto della questione è semplice ma soprattutto diverso: si sopravvive all’amore e a tutte le sue forme, volenti o nolenti, mettiamocela via.

Sono una sopravvissuta all’amore diverse volte, praticamente paragonabile ad un gatto. Sará per questo che poi a noi zitelle ci chiamano gattare. Perché abbiamo 7 vite o più, proprio come i felini.

Non mi sono mai resa conto di essere una sopravvissuta all’amore, fino ad ora. Non perchè le altre volte sia stato più semplice, anzi, adesso pare addirittura che i tempi di reazionesi si siano (apparentemente) accorciati e di molto, probabilmente a causa, appunto, dell’esperienza in materia.
Il cuore diventa di plastica, dopo che quello di cristallo è solo un ricordo e quello di vetro già non te lo potevano riparare più.

Mi sono accorta che di amore non si muore quando, ancora ricoverata in terapia intensiva, mi sono accorta che la mia compagna di stanza non si meritava quel dolore e doveva sapere, vedere e credere con i suoi occhi che all’amore si sopravvive e, a volte, le cicatrici sono la nostra forza.

Poteva essere l’amore della vita, o forse no, quello che avete perso. Credetemi, non importa. Perchè anche variando l’ordine dei fattori, il risultato non cambia.

Io ho sofferto quando sono stata lasciata da un toyboy che ha troncato una relazione yogurt© (leggi come “con data di scadenza“), ho pensato mi avessero tolto un polmone e sradicato la trachea quando ho lasciato quello che al tempo pensavo potesse essere il padre dei miei figli,… Quindi indipendentemente dal chi, come, cosa o perchè, quell’attimo sappiamo tutti qual è.

Però, guarda un po’ siamo qua ancora vivi e vegeti a leggere sta cazzata. Forse tra noi c’è chi non ci crede più all’amore, magari c’è qualche ferito, nuovi cinici o speranzosi che tutto si sistemi.
A tutti voi, da sopravvissuta a sopravvissuto dico: guardatevi allo specchio e accettate la realtà, di amore non si muore.

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One thought on “D’amore non si muore

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