Nostalgia canaglia

C’è una fase della vita che unisce e accomuna molti di noi. Non tutti ovviamente, perchè anche qui ci saranno quelli fortunati tipo cheerleaders e capitani osannati.

Sto parlando dell’agognata adolescenza.
Senza dubbio nessuno può dire di non aver avuto 14 anni, di aver avuto i brufoli e una tuta dell’Adidas.
Se non ricordate questa fase della vostra vita è probabile che il vostro terapista sia particolarmente dotato oppure che abbiate sofferto di una sorta di amnesia dissociativa.

La mia adolescenza è stata esattamente da manuale.
Ragazzetta magra, senza forme.
Dotazione estetica d’ordinanza completa composta nell’ordine da: brufoli, apparecchio con elastici colorati, monociglio, capello ossigenato fai da te con frangetta autodidatta, Nike di una taglia più piccola comprate al discount, felpa oversize un po’ da Eminem, Smemoranda da 15 kg e zaino Invicta Pulsar con scritte geroglifiche in inglese maccheronico.
Tutto sotto controllo, perfettamente mimetizzata tra la folla di adolescenti disadattati.

Tra i miei compagni di classe ero quella “di paese”.
Quella che non poteva andare ai festini del sabato organizzati in città da quelli che erano già fighetti all’epoca senza sbocciare champagne.
Quella che nel lettore CD aveva i divi del pop e non i Nirvana, quella che non fumava sigarette ma comprava gommose alla coca-cola, quella che il pomeriggio studiava dalle suore e la sera andava a danza.
Non ero la sfigata, ero solamente un’adolescente nella media e questa, con il senno di poi, è stata una benedizione: perchè la cattiveria gratuita dei coetanei è stata decisamente clemente con me e non ha aggravato la situazione rendendola più complicata di quanto già non lo fosse.

Nel lettore CD, must di quegli anni, c’era fisso il cd dei miei beniamini del tempo, i miei eroi, la mia salvezza, il mio rifugio, il mio pensiero felice… I Backstreet Boys.
Ora, non fate del bullismo retroattivo.
Se siamo gentili con chi ha avuto un’infanzia difficile, ora alla nostra età non rendiamoci ridicoli screditando le passioni adolescenziali.
In fondo non vi ho mica detto che i Backstreet Boys sono i nuovi Beatles!
Le loro canzoni hanno accompagnato un’età complicata, anni in cui tutti noi affrontiamo come soldati in Vietnam una guerra sconosciuta, cercando di capire cosa diavolo sta succedendo ai nostri ormoni, al nostro corpo, alle nostre vite.
É l’eta in cui rischiamo tutto nella battaglia dell’identificazione, in cui ci schieriamo con il coltello tra i denti senza prima aver letto il manifesto del partito al quale ci affiliamo (senza armatura).
Quelle canzoni sono state la colonna sonora dei miei sogni, delle mie speranze, delle mie ambizioni. Hanno dettato il ritmo del mio cuore, accompagnato i miei viaggi (in corriera), cullato i miei desideri e silenziato le mie paure.

Tutto questo prologo nasce come conseguenza del ventennale della mia adolescenza celebrato in pompa magna lo scorso weekend in occasione del concerto dei Backstreet Boys a Barcellona.
Qualcuno l’ha definito “psicodramma” e so che c’è più di qualcuno là fuori che puó esattamente capire quello che sto per raccontare.

Dovete sapere che la piccola FirstLady a 14 anni aveva tanti sogni e quello più importante era quello di sposare Nick Carter (in una scala dei sogni è paragonabile a Babbo Natale quando hai 4 anni).
Sono seria, vi vedo ridere e non è carino.

Quando dico che sognavo di sposare Nick Carter intendo dire che non solo avevo svariati poster (dentro gli armadi), leggevo tutti i Cioè e analizzavo ogni singola parola delle interviste che “rilasciava”, ma che già a quell’età avevo dimostrato un’ineccepibile capacità di pianificazione per raggiungere i miei obiettivi (della serie che adesso non posso meravigliarmi se faccio un Excel per efficientare le mie valigie o creo SWOT analysis per capire cosa mangiare a cena).
A 14 anni sapevo esattamente quanti km separavano Tampa (città natale di Nick) da Orlando (città base dei BSB) e da Miami (aeroporto internazionale della Florida raggiungibile dall’Europa).
Sfogliando l’atlante De Agostini avevo memorizzato che l’economia di Tampa girava attorno all’allevamento di gamberi, clima caldo umido e che era una meta scelta da molti anziani per vivere gli ultimi anni della loro vita. Tipo Udine insomma, una città tranquilla, ma sul mare.
Da alcune foto del Cioè e di TopGirl che mostravano Nick nel giardino di casa sua avevo capito che viveva vicino al mare (o forse era un canale?) e che aveva la barca.
Tutto questo quando non c’era Google, quindi adesso capite perchè a 34 anni ci metto circa 5 minuti a creare un “profilo” dettagliato di un eventuale SI (soggetto di interesse) incrociando un paio di profili sui social e un quattro tag ritrovati tra vari like. Da adolescente avevo già un gran potenziale (queste sono le cose che i genitori non dovrebbero mai sottovalutare quando ti portano a scegliere le superiori).

La perfezione di un caschetto. Da qui nasce la mia passione per i Bellicapelli.

Tutto questo flashback non certo per farvi intenerire o farvi chiamare i servizi sociali, ma piuttosto per darvi il là nell’immaginare che cosa ha resuscitato in me il concerto di venerdì. Hiroshima ha subito meno danni.

L’ultimo concerto dei Backstreet Boys a cui ho assistito è stato in occasione del Millennium Tour, 2 luglio 1999 a Milano.
Papà aveva preso un giorno di ferie, l’abbiamo fatta in giornata partendo presto, perchè nonostante avessimo i posti assegnati, io volevo arrivare prima (magari chissà incontravo Nick al botteghino).
Credo che durante il concerto, nonostante le 25.000 persone ad Assago, Nick mi abbia guardata almeno 2 volte e abbia notato il mio disappunto quando ho visto il suo enorme delfino tatuato sul braccio (detto da una che adesso fuma e ha 3 tatuaggi).

Vabbè, un’ultima digressione sempre per contestualizzare poi giuro che arrivo al punto.
Quando mi sono trasferita a Barcellona (4 aprile 2016, ndr) giuro che uno dei primi pensieri dopo “dove compro le Macine” è stato: “ok, sono a Barcellona. Se i Backstreet Boys mai faranno un tour SICURO che vengono qui“.
2 anni e mezzo dopo ho avuto la conferma che sono una veggente.
A dicembre 2018 arriva come una specie di manna dal cielo la notizia che i ragazzi sono back again, 20 anni dopo, tour mondiale, 4a tappa Barcellona. E io non potevo non esserci, non potevo perdermelo per nulla al mondo e sopratutto, non poteva non essere li con me il mio fan numero 1, l’unico uomo della mia vita che mi ha sempre assecondata in tutte le mie fisse, pazzie, cretinate… L’unico uomo che non ha mai spento i miei sogni, che non gli ha mai tarpato le ali e che anzi, come un pazzo, li ha sempre agevolati: papà.
Ricorderò la mattina in cui sono usciti i biglietti tutta la vita: online alle 10 di mattina e io alle 10 avevo un candidato che mi aspettava pronto per un colloquio. Momento decisivo per entrambi: ti assumo o compro i biglietti? Ma l’amore non conosce ostacoli e soprattutto ti sorprende con effetti speciali: in 4 persone del mio team si sono attaccate a sorpresa a Ticketmaster per comprare i biglietti che avrebbero scoperchiato il vaso di pandora della mia adolescenza (g r a z i e)… Con il senno di poi credo lo abbiano fatto per evitare che sfogassi la mia rabbia primordiale con il povero candidato e lo scartassi senza giusta causa.
E fu così che a inizio dicembre avevo già in mano in mio regalo di Natale-Compleanno-Master tutto in uno: due biglietti per il 17 maggio 2019, 20 anni dopo, Kiki e papo al concerto di quei 5 vecchietti di Orlando. Io e Nick, di nuovo, sotto lo stesso cielo. Era fatta.

Maggio è arrivato senza nemmeno accorgermi nonostante le turbolenze di questi ultimi mesi. Il 17 maggio in un batter d’occhio era qui con tanto di tachicardia mattutina dovuta a padre che per un pelo perdeva l’aereo… Vabbè ma ci voleva un po’ di adrenalina, no?

Il cuore ha iniziato a battere forte giá quando ho visto papà e abbiamo realizzato che erano passati VENT’ANNI.
In coda per entrare al palazzetto c’erano ragazze della mia età, “chicas” che vent’anni fa erano adolescenti quanto me. Molte erano accompagnate dalle amiche (non più tanto disadattate) del tempo, altre da fidanzati (attualmente disadattati), alcune dalle figlie (che emozione) e poi c’ero io, con il mio supereroe: papà.

Quando è iniziato il concerto vorrei dirvi che il tempo si è fermato, ma non è stato così. C’è stato un flashback pauroso, il cuore ha fatto un tonfo, l’aria non passava più.
Ragazzi, l’adolescenza è stata dura e quelle prime note mi ci hanno ributtata con un’intensità pari ad un tuffo da un motoscafo in corsa.
La musica, si sa, è un portatore sano di emozioni. Quante volte ascoltiamo una canzone e ci ricordiamo di un’emozione e ci riaffiora un ricordo.
Ecco, in quel momento io sono ripiombata al 2 luglio 1999: cuore, pensieri, lacrime, gioie e dolori tutto. Una tempesta di emozioni assurda che il mio corpo non è più abituato a gestire da almeno 15 anni e Dio solo sa come era possibile convivere con tutto quell’uragano con per di più i brufoli, l’apparecchio e il monociglio.

Inutile che vi dica quanto incredibile è stata quella serata, basti pensare che è martedi sera e sono qua a raccontarvelo.

Non lo so se potete capire tutto questo, magari no. Magari l’amore per una boyband non è stato un capitolo dei vostri 14 anni, magari non siete stati dei sognatori romanticoni come me, però vi posso assicurare che riscoprire il potere delle emozioni che siamo stati in grado di provare con l’innocenza di un’età che non sa cosa sia il cinismo è epico.

Ovviamente oggi non sogno più di sposare Nick Carter, anche se non vi nascondo che non scarto totalmente l’idea nel caso in cui decidesse di divorziare. Però quello che sì mi porto dentro dopo il 17 maggio è la riscoperta di un lato di me che durante questi ultimi 15 anni ho decisamente murato vivo e che adesso non mi vergogno più di mostrare, e cioè il mio fantastico superpotere di essere un’inguaribile romantica.

Ringrazio il mio papo per aver sempre assecondato i miei sogni, per non avermi mai svegliata di soprassalto. Lo ringrazio perchè oggi, anche se non sono genitore, riconosco lo sforzo, la fatica, il sacrificio e capisco anche la speranza che vedeva quando guardava i miei occhi lucidi e pieni di un amore cosi puro che spaventa.

Ringrazio la strana coincidenza che mi ha riportata proprio in questo momento della mia vita indietro di vent’anni, una sera di maggio, assieme a tutti gli uomini della mia vita e che mi ha regalato l’opportunità di ricordarmi che credere nell’Amore non ha età, che non c’è delusione o caduta che possa abbattere tutto questo e che, sopra ogni cosa, credere nell’Amore e nei sogni non ci rende degli adolescenti, ma bensí ci rende degli splendidi adulti che ancora sanno apprezzare l’enormitá di un tuffo al cuore.

Dedicato a tutti quelli che dicono che non ci credono più.

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