La variabile no, non l’avevo considerata

[Soundtrack – “If You Wait”, London Grammar]

Non sono andata mai troppo nel dettaglio della storia (… chissá magari piú avanti, a pezzi, as usual), ma credo che sia facile intuire che gli ultimi 10-15 mesi della mia vita non sono stati una vera e propria passeggiata nel bosco delle fate.

Uno degli insegnamenti che porto nel cuore è che questa cosa del “lutto” è fottutamente vera.
E devi sbatterci la testa contro per ammetterlo a te stesso.
Quando io mi ci sono trovata l’ho negato con forza perché non volevo che il mio stato del momento passasse a “lutto“. Non volevo che questo desse troppa importanza a chi e a che cosa mi ci aveva gettata con forza per poi generare compassione gratuita (che poi, anche qui, capitolo a parte… “Ti ci gettano con forza”, ma alla fine è stata cosa buona e giusta).

Il 9 settembre 2018 dopo 40 minuti di telefona io ho letteralmente e inaspettatamente visto la mia vita, i miei progetti, le mie proiezioni e i miei sogni sgretolarsi e ridermi in faccia pure agitando un copioso dito medio.

La prima reazione che ho avuto è stata uno stato di shock apparente. Tralasciamo le elocubrazioni mentali dei seguenti minuti, ore e giorni. Focalizziamoci sul fatto che quello che è successo quel giorno mi ha cambiato la vita.
E a chi non è successo? A tutti capita di ricevere una notizia che ti cambia la vita perché diventa la famosa “variabile imprevedibile che non avevi considerato“.
Che sia una buona o cattiva notizia non importa, il concetto è che stiamo parlando della variabile in grado di smuovere lo stato delle cose e gettarti nel caos.

Dopo lo shock iniziale e poco dopo l’intervento della squadra di primo soccorso (intervento in diretta di una Muta e via FaceTime dell’altra Muta) è arrivata la notte, quella in cui ti ritrovi al buio, sola con “la variabile” e in cui iniziate a conoscervi e a prendere confidenza l’una dell’altra.

E adesso?“, ansia. Ansia a pacchi.
Perché?”, rabbia. Rabbia che uccideresti.
Non ci credo“, frustrazione. Frustrazione che ti tormenta fino alle budella.

Nella vita affrontiamo svariate “variabili che cambiano lo stato delle cose“, coup de théâtre, colpi di scena (o chiamateli come volete), molto spesso anche simili tra loro (perché si sa, a volte tardiamo a capire cosa continuiamo a sbagliare e nel frattempo continuiamo a inciampare lí).
Nel mio caso non sono una novellina, ho provocato “variabili” come questa così come le ho già affrontate varie volte e, ogni volta, ho imparato qualcosa. Una specie di upgrade che credi ti permetta di rimetterti in piedi sempre più rapidamente.
Peró, come capita quando cadi, anche se ti rialzi consapevole che non ti sei fatta nulla, con l’età sai che le tue ossa diventano sempre più fragili e le probabilità di danni apparenti calano, ma i danni interni aumentano.

La mia reazione alla “variabile che cambia lo stato delle cose” dello scorso settembre è stata da level pro: 24 ore dopo ero in piedi, lacrime asciugate e muso duro, pronta per un nuovo business plan e diagramma di Gantt della mia vita. Poco “agile“, molto “lean“.

Da lì la motivational quote del periodo “d’amore non si muore“.
Credo che la mattina dopo l’avvento della “variabile” io mi sia letteralmente guardata allo specchio ed abbia affermato a me stessa “di amore non si muore, ergo voltiamo pagina“.
Ti rimbocchi le maniche per non restare con le mani in mano, metti la musica a tutto volume per non ascoltare i tuoi pensieri, getti dalla finestra tutti i souvenirs della tua vita precedente, archivi foto e chat.
La gente che ti vuole bene ti chiede incessantemente come stai e la verità è che tu semplicemente “stai“.
Dentro di te metti il silenziatore a tutte le emozioni che non puoi permetterti di provare: tristezza, solitudine, rabbia, delusione, sconforto, paura, odio, rancore.
Non hai tempo da perdere.
Pensavo fosse questa la chiave, credevo che tutte le volte in cui ero già finita in questa situazione mi avessero insegnato che questa era la vera reazione.
Dimostrare di essere una guerriera. Bullshit.

Come sempre nella vita, anche qui, mi sono dimostrata la solita estremista, che non vede mai i grigi, solo bianco o nero.
La mia reazione standard è stata per molto tempo crogiolarmi nel dolore, prendermi la sofferenza anche per le colpe degli altri e, tutto questo, a discapito della mio bene, della mia autostima e a favore della falsa compassione del mondo. La nuova reazione “level pro 2.0” è stata fare finta che tutto questo non mi abbia toccata minimamente, anzi, che mi abbia fatto un favore. Bullshit.

Perché questo incipit?
Perché in questi 10 mesi ho dovuto accettare la scala di grigi.
Il superpotere e l’adrenalina da supereroe sono durati circa per 3 mesi, poi il nero totale.
Tutto il “lutto” che non avevo rispettato seguendo le tempistiche canoniche mi si è ripresentato prepotente in differita e, credetemi, è ancora peggio.
Le persone care ti guardano sbigottitte e confuse: “ma come? Non eri tu quella che di amore non si muore?“. Non capivano (giustamente) la sofferenza e il disagio.
Lì è quando ho capito che castrare le mie emozioni era stata la scelta peggiore mai fatta. Perché sì, è vero, “di amore non si muore“, ma bisogna dare il tempo alle ferite di rimarginarsi e, in questo, la psicologia spicciola e le nostre nonne avevano ragione. Ci sono fasi, fasi ed emozioni da vivere e da superare, non si possono saltare.

Negazione e isolamento: hai bisogno di affrontare quello stato in cui “non ci puoi credere” e in cui “nessuno mi puó capire”.
Rabbia: “maledetto bastardo”. E diciamolo!
Negoziazione: la maledetta fase in cui sei debole, vittima designata del messaggio in bozza senza contesto che solo aspetta il secondo gin tonic per essere inviato.
Tristezza: “cazzo. Non era cosi che doveva andare”.
Accettazione: ecco la luce. “Di amore non si muore”.

Ti accorgi che il capitolo è chiuso quando il ricordo della variabile riattraversa la tua mente un giorno in primavera e tu, per la prima volta, non provi né a scansarla né a demolirla.
La prendi con te, ci bevi un caffè, la guardi per quello che è e la domanda che ti fai è “ci sará a prescindere qualcosa di positivo in tutto questo, vero?“. E ci vuole il suo tempo, il lutto appunto, prima di provare sincero distacco e trovare la diversa prospettiva.

Alcune settimane fá a momenti ci ricasco.
Si celebrava la fine del mio master, più lungo di un parto (tuttavia ancora non terminato), più angoscioso di The Balir Witch Project, un sacrificio disumano.
La decisione di questo master fu presa una vita fa (15 mesi fa per l’esattezza). Era una cosa che avevo in mente da tempo e che era decisiva dal mio punto di vista per la mia crescita professionale. La decisione vera e propria peró di fare questo master proprio quest’anno non è stata al 100% mia, o meglio, sí ma determinata da “altre variabili” che avevano un peso abbastanza ingombrante nei confronti dei miei progetti per il futuro che non rigurdavano solo me.
Quando è arrivato il momento di celebrare questo traguardo, mi sono ritrovata di nuovo in modalitá “silenzio delle emozioni“.
Vado alla Graduation solo per avere una foto e perché è evidente che buona parte del costo del master era per pagare l’affitto di Palau Sant Jordi per la festa“.
Ho detto ai miei genitori di non prendere un aereo, troppa fatica; alle mie amiche di non venire, troppo noioso. Ed eccomi lì, all by myself.
Alla fine, io questo sacrificio chiamato master l’ho fatto tutto da sola.
In molti mi hanno chiesto come lo stavo vivendo, se ero felice, soddisfatta o emozionata. A tutti ho dato la stessa cinica, apatica e fredda risposta (vedi sopra).

In realtà, mentre aspettavo che annunciassero il mio nome per salire sul palco e strappargli di mano la mia toga, ho sentito qualcosa e, memore dell’esperienza recente, non l’ho silenziata.
Un anno fa quando ho messo la mia firma su quel pezzo di carta dicendo “sì, lo voglio” al non avere piú una vita sociale per un anno per il bene del mio futuro, il mio futuro si prospettava decisamente differente da quello che si è dimostrato alla fine.
Diverso non significa peggiore o migliore, semplicemente diverso.
E questo anche grazie alla “variabile che ha cambiato lo stato delle cose“.

Questi 10 mesi li ho affrontati senza schivarli, senza ombrello in mezzo al temporale per assaporare se la pioggia era salata o amara. Durante molti tratti del percorso ero sola e al buio, in altri momenti accompagnata ma disillusa.
Essere mentalmente presente in quel mio traguardo è stato pienezza pura, amore e ammirazione per me. E’ stata la prima volta nella vita in cui ho sentito che avevo fatto qualcosa solo per me e, per di piú, con un coraggio da leone e senza supporto dei tifosi o del pubblico da casa.

La vera vittoria, nonché il morale della favola, è ammettere a se stessi che le cose non sempre vanno come devono andare, che le aspettative sono il male del mondo ma che siamo esseri umani ed è giusto averle e contare su altre persone sulle quali riponiamo fiducia e amore.
E che amare, sognare e sperare non sono peccati, l’unico vizio capitale è negare la propria vulnerabilitá.

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