Non sei tu, sono io. L’epilogo.

[Soundtrack – Cigarettes After Sex, Nothing’s Gonna Hurt You Baby]

Chi almeno una volta nella vita non si è sentito dire “non sei tu, sono io“.
Chi almeno una volta nella vita non ha pensato che tra tutte le scuse plausibili dell’universo questa fosse la più vigliacca.
Chi almeno una volta nella vita, pur consapevole, non ha detto queste parole.

Per anni sono stata una sostenitrice del movimento “peggior scusa mai sentita“.  
Ad oggi, a quanto pare, sono pronta a cambiare sponda, sempre più propensa in direzione “zen“.
Probabilmente avevamo ragione a pensare che fosse una scusa vile, di quelle rapide e vaghe che in poche parole dicono tutto o niente. 
Un concetto amplio al cui interno ci puoi ficcare più o meno tutto. Comodo.

Probabilmente avevamo ragione ad incazzarci davanti a questa patetica frase, ad incaponirci alla ricerca del vero perché (manco fosse il Santo Graal).
Ciononostante, oggi più che mai, un po’ come si fa con la moda, vorrei ci fermassimo a rivalutare questo “pezzo da 90” della terminologia relazionale:
Non sei tu, sono io“? “Effettivamente sí, sei tu“.


Ovviamente non dico questo con presunzione di onnipotenza, sia chiaro. Per lo più, lo affermo con la consapevolezza acquisita a suon di mazzate in piena faccia. Quelle mazzate che ci hanno resi capaci nel tempo di capire un po’ di più quello che vogliamo, chi siamo e cosa cerchiamo quando ci affacciamo alla scoperta degli esseri umani che ci circondano.
Se non siamo noi, ma sono loro, alla fine stiamo ammettendo che hanno ragione quelli del “non sei tu, sono io“.

Quando arriviamo ad ascoltare questa fatidica frase il più delle volte ci arriviamo stanchi.
Abbiamo già provato, abbiamo già trascinato, abbiamo già suggerito, abbiamo già mediato, abbiamo già ingoiato. 

Affermare che le relazioni siano un gran bel compromesso è un punto di partenza per iniziare ad affrontare il discorso. 
Compromesso, vi ricordo, concetto ben diverso dalla piena e ben più celebre “accettazione a orecchie basse“.
Un “gran bel compromesso” perché, molte volte, il momento in cui iniziamo ad aprirci a questo concetto coincide con una fase della vita in cui ci accingiamo ad avere in generale una maggiore consapevolezza di noi stessi e di quello che vogliamo dalla persona che “scegliamo” per condividere parte del nostro mondo. 
Questo momento coincide molto molto molto spesso con una fase specifica della vita in cui siamo per esempio abituati ormai a stare soli, ad avere i nostri spazi, la nostra autonomia. 
Sí, avete capito di cosa parlo.
Quando ci abituiamo a stare soli, non in coppia, quando impariamo a stare bene con noi stessi e senza per forza con qualcuno al nostro fianco.
Qui è quando interiorizziamo una versione matura del termine “compromesso”. 

É un compromesso lasciare entrare una persona nella nostra routine della domenica, condividere con lei piccoli rituali che fino ad ora avevamo tenuto per noi (come ascoltare Chopin mentre fai la doccia).
É un compromesso “flessibilizzare” i nostri orari, rinunciare alla lezione di yoga del mercoledí o a dormire a stella nel letto matrimoniale. 
La differenza tra “accettazione ad orecchie basse” e il “compromesso consapevole” è come la differenza tra lanciarsi con il bungee jumping ad occhi chiusi e lo sporgersi dal precipizio per valutare a spanne la distanza. Il compromesso consapevole equivale ad annusarsi, e mentre lo fai, avvicinarti e magari sfiorarti. 

Alla base di tutto questo però, come citavo all’inizio, c’è una maggior consapevolezza generale di noi stessi e di quello che vogliamo.
Chissà, forse per questo arriva un momento nella vita in cui “non sei tu, sono io” lo diciamo noi, rincarandola dose anche con un “non è un problema mio, é tuo“.

Durante la fase “accettazione ad orecchie basse” uno dei comportamenti osservabili più frequenti è quello della “crocerossina“: io ti salverò e ti cambierò per il mio bene.
E anche qui, per favore, facciamo tutti mente locale ed ammettiamo le nostre colpe.
Dopo anni di salvataggi e martiri, arriva il momento in cui capisci che quello che va salvato realmente sei tu.
Anzi, più che salvato, salvaguardato.
E nessuno meglio di te lo puó fare.
Nessuno verrà a reclamare la nostra redenzione e noi non dobbiamo uccidere draghi e far montare a cavallo principi decadenti. It’s not our stuff.

Dando per scontato ormai che abbiate appreso la lezione sulle “aspettative che sono il male del mondo” e,  preso atto che il secondo male peggiore al mondo, dopo le aspettative, sono i film che ci facciamo soli nella nostra testa, possiamo dichiarare che, se  pur desolati, non è un problema nostro.


Tutti i perché che brulicano nella nostra testa quando le nostre aspettative non vengono compiute o quando l’attore non segue il copione del nostro film, non hanno bisogno di trovare risposta.
Le uniche domande alle quali invece dobbiamo sforzarci di trovare  risposta, sono quelle relative a noi, ai nostri bisogni, alle nostre necessità, alla nostra coerenza e a quello che sentiamo NOI.
Nota generale: tutto questo non significa essere egoisti, questo mai.
Non significa nemmeno diventare dei cinici associali. Tutto questo significa solamente imparare a rispettarsi, non perdere la dignità e l’amor proprio. L’ABC: volersi bene.  

La domanda non è “perché si comporta cosí?”, “perché sparisce e poi ricompare?”, “perché io lo massacro e lui non se ne va?”, “perché non mi bacia ma mi guarda come se fossi l’unica al mondo?”.
La vera ed unica domanda da farsi è: “Ma io sto bene cosi? Io cosa voglio? Io mi sento comoda in questa situazione?“.


Perché l’ergonomia nella vita è adattamento. Invece quello che dobbiamo cercare è stare comodi con noi stessi, in segno di rispetto verso un regalo bellissimo che ci è stato fatto: il nostro essere esseri speciali.

Non ci sono tanti “spiegoni” da fare, lezioni da impartire, punti da sottolineare, chiarimenti da sciorinare.
Non ci sono, in generale, tante giustificazioni da dare.
Sta attraversando un momento particolare della sua vita“, “si è appena lasciato, ed era una storia importante”, “non è abituato ad avere una relazione vera“.
In questo caso, non esistono giustificazioni, esiste solo la grande verità riscoperta “non è un problema mio”.


Non è un problema nostro se gli altri si comportano come dei disadattati, non è colpa nostra dei mostri che stanno affrontando o dei traumi che li hanno resi dei mononeuronici.
Non siamo sbagliati noi nel cercare di essere rispettosi verso noi stessi.
Non siamo sbagliati noi ad essere complessi.

Complesso non significa complicato.
Complessa è anche una persona che sa essere flessibile, la stessa persona disposta al compromesso. E chi è quindi adesso quello sbagliato?

Forse nessuno, forse tutti. Ma onestamente non è un problema mio.

One thought on “Non sei tu, sono io. L’epilogo.

  1. Pingback: Il troppo stroppia – First Lady al Limone

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.