Il troppo stroppia

Vi riporto quanto dice l’Accademia della Crusca al riguardo:
“(…) il verbo stroppiare, che significa ‘deformare, rovinare, danneggiare’, è qui interpretato come sinonimo di ‘esagerare, essere troppo’, cioè come se la s- iniziale del verbo fosse un prefisso intensivo (simile a sbattere rispetto a battere).
In questo caso si può parlare di vera e propria attrazione paronimica, fenomeno per cui si attribuisce un significato simile a due termini che invece si somigliano solo formalmente.
Non a caso una delle varianti che nelle raccolte di proverbi è associata a il troppo stroppia è proprio il troppo è troppo.”

Vorrei proprio partire da qui. L’essere troppo.

Faccio un passo indietro per contestualizzare prima di partire con il flusso di coscienza: quante volte ci siamo sentiti dire (o abbiamo detto) “sei troppo per lui”, “questa cosa è troppo per te”, “lei non è adatta a te”, “questa cosa non è per te”, “lui non ti merita”.

Con molta probabilità, tra le prime persone che abbiamo sentito pronunciare queste parole (senza cattiveria) ci sono i nostri genitori.
Senso di protezione, amore di mammà, costruzione del nostro livello di autostima. Mamma e papà alla fine sono i nostri primi fan, quelli che senza malizia credono di sapere fin dalla prima volta che incrociano i nostri occhi chi e cosa è giusto per noi. Come se avessero avuto chiara fin da subito la visione di ciò che è meglio per noi, prima ancora di noi. Siamo seri, il commento non richiesto al nostro primo cuore infranto è senza dubbio stato un bel “sei troppo per lui” di papà. Vero?

Il “meglio” e il “giusto” per noi in qualsiasi ambito della nostra vita: il lavoro, le relazioni, gli amici, l’amore, lo stile di vita, i pantaloni a costine marroni.
Sì, perchè si può “essere troppo” o “non adatti” per qualsiasi cosa: un lavoro, un gruppo di amici, un locale, un amore, un vestito, un’esperienza, un amico.

Il punto su cui mi sono trovata a riflettere durante le ultime 72 ore è: ma quando ci sentiamo dire che siamo troppo per qualcosa o qualcuno, o che qualcosa o qualcuno non sono adatti a noi, o non sono alla nostra altezza,… In questi casi esattamente… Di cosa stiamo parlando?

Mi spiego meglio:
1. Definito l’ambito, il contesto, la situazione o la persona con la quale ci stiamo confrontando… “Chi sta dicendo che siamo troppo, o troppo poco o non adatti etc?
Vi elenco le possibili riposte: la nostra vocina interiore, la nostra coscienza, la societá, la mamma, vostro fratello, la vostra migliore amica, il vostro capo, la vostra guida spirituale…
CAPIAMO DA CHI ARRIVA QUESTA AFFERMAZIONE.
Giusto per iniziare a dare il giusto peso alle coste.
2. Approfondiamo il concetto e cerchiamo risposta ad un “in base a cosa?”.
Esempio.
Affermazione: “Questo vestito non è adatto”.
Contesto: messaggio WhatsApp in risposta ad una foto.
Chi dice la frase: tua mamma.
In base a cosa: stai scegliendo il vestito per un matrimonio stile hippie chic al quale tuo malgrado sei stato invitato da una coppia di sposi burloni. Ovviamente lo stile scelto dagli sposi non è propriamente “tuo”, però per amor loro ti adegui alle loro richieste. Ti provi un outfit in linea con le loro richieste stilistiche e invii una foto a tutta la tua rubrica per un feedback. Arriva il commento di tua madre al messaggio “outfit matrimonio Sara e Giovanni”, risposta di tua madre “questo vestito non è adatto”. Contestualizzazione: il vestito non è adatto ad un matrimonio secondo i canoni “abiti per un matrimonio” di tua madre. Mozione accettata.
3. Passiamo poi alla definizione della scala di valutazione.
Qualsiasi analisi o valutazione solitamente si basa su parametri o una scala ben definiti.
Quindi, nel momento in cui si afferma (generico) che qualcosa o qualcuno è troppo per qualcos’altro o qualcun’altro, stiamo implicitamente facendo riferimento a “dei” parametri o ad una scala.
Sì, ma quali? E di chi?

Vi ho riassunto 3 macro quesiti che sono stati i principali dogmi attorno a cui si sono avvinghiate le mie paranoie e le mie elucubrazioni degli ultimi giorni. Dogmi secondi solamente al più noto “non sei tu, sono io

Il caso (umano).
Ci sono momenti (per alcune persone come me, rari) in cui abbassi le difese verso la vita e ti accorgi di essere più ricettivo verso vibrazioni che provengono da altre frequenze o da altri canali.
Vi capita mai?
Mi spiego meglio, anzi concretizzo.
Tutti, più o meno in maniera dettagliata, abbiamo un ideale di uomo o donna che crediamo rappresenti a grandi linee la persona che vorremmo al nostro fianco. Quello o quella insomma alla nostra altezza, per restare in tema… Quello adatto a noi.
L’esperienza (l’età, le cantonate e le cadute libere) ci insegnano ad essere un po’ più rigidi verso queste linee guide che abbiamo scelto (noi?) per definire chi può essere alla nostra altezza. Chi insomma può rispettare i nostri standard.
Interesante a questo punto sarebbe capire in base a cosa (o a chi) abbiamo definito questi standard che definiscono il nostro lui o lei dei sogni.
Butto lì qualche concetto a caso, giusto per smuovervi le sinapsi: il nostro passato, i valori e il contesto sociale in cui siamo cresciuti, i traumi, i rinforzi positivi, le esperienze relazionali passate e presenti…
Tutto questo, e molto altro ancora, agitati (e non mescolati) concorrono a definire il CHI ha contribuito a comporre il nostro ideale al quale aspiriamo e che, (ATTENZIONE), utilizziamo per misurare la realtà.
Concretizzo (again). Facciamo finta che l’immagine sedimentata nella mia mente relativa al mio uomo ideale che le mie esperienze negli ultimi 15 anni hanno contribuito ad affinare sia più o meno questa: alto, bellicapelli, occhi chiari, sorriso da stronzo, belle mani, naso alla Pitt, spalle larghe, profumo legnoso, eleganza classica, adorazione incondizionata verso la sottoscritta, trilingue, camicia anche nel Sahara, dialettica da avvocato, standing da presidente degli Stati Uniti, surfista nel weekend, Stakhanov dal lunedi al venerdi, amante dell’opera classica ma patito del rock e dell’ellettronica, palato sopraffine che sia salsiccia o caviale, bourbon.
Detto ciò, (a parte capire quanto i miei gusti siano di per se molto semplici), capite che più un esemplare di sesso maschile si discosta da queste caratteristiche (che ovviamente hanno un peso ponderato differente tra loro), più sarà probabile che insorga la fantomatica frase “sei troppo per lui”, “non è adatto a te”.
Fermi tutti. Chi la pronuncia questa frase? Noi stessi, la nostra coscienza, i nostri più cari amici autorizzati implicitamente da noi dopo essersi sorbiti per anni le descrizioni minuziose relative agli uomini della nostra vita?
Ancora, concretizzo.
Che succede se appunto una sera sentiamo una vibrazione magnetica nei confronti di una persona che non totalizza nemmeno il 50% del punteggio minimo richiesto per raggiungere la soglia del “diamogli un’opportunità“?. Mi spiego: sentiamo una scintilla di intesa o un brilli-brilli di chimica con qualcuno che non rientra nelle categorie della nostra scala di accettazione al nostro livello. Ciò significa che durante la nostra SWOT quello che si compone davanti a noi è uno scenario con minacce e punti di debolezza che hanno la meglio su opportunità e punti di forza nel lungo periodo.
Ovviamente, ci tengo a sottolineare, che quello che non rientra nei canoni o negli standard di qualcuno può decisamente essere the best option per qualcun’altro. Stiamo parlando di metriche personali e soprattutto che non andiamo a giudicare.
Il quesito nasce quindi spontaneo, CONCRETIZZO: sentiamo questa scossa per qualcuno che dopo una rapida scansione non rientra nei nostri canoni, scatta quindi l’allarme “sei troppo per lui” seguito da un “non è adatto a te“. La mia domanda è, anzi, le mie domande sono:

  1. “Sono troppo per lui, andiamo oltre”. Ignoriamo quindi la chimica e la scossa provate solo perché da un’analisi e da una proiezione dell’ipotetica relazione a lungo termine non vediamo possibilità? Della serie: sogno un’avvocato e lui però vuole fare il massaggiatore di mucche giapponesi, cerco un artista ma lui è ingegnere aerospaziale, adoro la selvaggina ma lui è vegano, voglio una famiglia e dei figli e lui vuole fare il monaco in Tibet. No way, quindi mettiamoci via la chimica.
  2. “Sono troppo per lui secondo chi e secondo quali parametri definiti realmente da chi?”. Ridiscuto tutta la teoria, sfido il sistema. Decido di mettere sul banco degli imputati le mie credenze frutto di anni di badilate in faccia e lavaggi del cervello sociali.
    Decido di far cadere standard e stereotipi, mi converto in un essere illuminato e zen e arrivo alla conclusione “e se non fosse l’avvocato surfista quello capace di rendermi felice ma bensì scoprissi che il massaggiatore di mucche giapponesi appassionato di manga è capace di tenermi testa e di rendermi felice come nessuno mai?“. Ergo, e se tutto quello che fino adesso pensavo fossero farfugli reduci delle mie badilate o briciole del pensiero comune della società?
  3. Qui e adesso, domani si vedrà“. Altra opzione zen secondo la quale qui e adesso sento questa scintilla e me la vivo a pieno, perché tra mezz’ora chissà dove sono o che fine avrà fatto la chimica e perché inutile fasciarsi la testa prima di sbatterla. Che ci siano alte probabilità che non si vada da nessuna parte perché il punteggio alle primarie non raggiunge la sufficienza? Sì, ok. Ma magari non vogliamo nemmeno che il cavallo gareggi o mentre facciamo un giro di prova scopriamo che il nostro quadrupede vale più dell’esemplare che ancora non si è palesato ma di cui la legenda narra che esista per davvero (si sono avvistati alcuni esemplari da lontano almeno un paio di volte nel globo terracqueo).

Quello che voglio dire è che nemmeno io so esattamente come gestire questa cosa.
Perchè se molte volte è giusto seguire l’istinto, i propri sogni, gli ideali e non adattarsi o accontentarsi, dall’altra parte resta la grande incognita che stiamo basando proiezioni future su considerazioni empiriche che noi per primi non abbiamo prova siano esattamente condizioni soddisfacenti.
Basti pensare a come cambiamo e si evolvono i nostri veri bisogni e le nostre necessità.
Questo dovrebbe bastare ad avvallare la teoria 3.
Intanto il “qui e adesso”, senza però dimenticare che quelle condizioni o standard che abbiamo posto come basilari sono il frutto di esperienze, sono le conclusioni tratte, il “mi piace o no” e che forse sarebbe stupido ignorarle solo per fare i sovversivi.

Che poi non sia il caso di lasciare spazio ad altre persone o entità a parte noi nel definire che cosa sia adatto a noi o alla nostra altezza, questo è un altro discorso e non smetterò mai di ripeterlo.
Parola chiave di questo 2019: coerenza, coerenza con se stessi.
Quindi, ammesse tutte le categorie, tutti gli standard e stereotipi che volete, compresi i bizzarri, i massaggiatori di mucche giapponesi, i senzadenti e i senzatetto sempre e solo se coerenti con il vostro ideale di felicità.

PS. Mi domando dove sono finiti quelli che prima “siete fatti l’uno per l’altra, è perfetto per te” e che poi “sei troppo per lui”.

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