Il mio posto nel mondo

É questo quello che è esploso nella mia mente nell’istante in cui mi sono resa conto che ero davvero a Parigi. Un brivido che ha percorso tutta la mia schiena ammorbidito da un profumo in sottofondo di burro e pane caldo. E poi un sorriso, forse acceso dalla gola, forse perchè ero inconsciamente felice.

Non so bene come mi sia venuta in mente questa cosa del viaggio a Parigi, perdipiù se consideriamo la scelta di viaggiare in pieno inverno e da sola (sembra davvero uno scandalo questo). Il processo decisionale immagino sia paragonabile a quello che mi portò a Ibiza nel 2015 a fare un ritiro di yoga in mezzo a vegani convinti e guru mancati (io, che adoro la tartara di carne e più che meditare mi faccio paranoie).

Sembra ma non è – Ossia, semplificando, entrambi i casi hanno un fattore in comune: io.
Sapete, può sembrare facile pensare alle nostre necessità, a quello che davvero vogliamo, desideriamo, sentiamo, proviamo. La verità è che io alla soglia dei 35 anni sono arrivata a capire che non è propriamente vero. Questa è una di quelle cose che “sembra” ma non è. Pensiamo di sapere cosa vogliamo realmente per il nostro bene, crediamo di sapere quello che stiamo provando, ma nella maggior parte dei casi sono così forti i condizionamenti che viviamo, sono così insiti e si insinuano così viscidamente che pensiamo o crediamo, ma non sappiamo.

L’antefatto – L’anno scorso ho sacrificato, o per meglio dire investito, molto del mio tempo libero ed energie in un progetto nel quale mi ci sono buttata a capofitto con l’obiettivo di migliorare determinate competenze che potessero contribuire al miglioramento del mio percorso lavorativo. Quindi, vediamo se cogliete il punto, ho “investito” molto tempo libero (solitamente dedicato a quelle cose che crediamo ci piacciano) e energie (che solitamente siamo motivati a impiegare per qualcosa che ci motiva) per migliorare la mia carriera professionale.
Ora, sicuramente per me (suppongo) che la mia realizzazione e soddisfazione dal punto di vista lavorativo giochi un ruolo importante nel quadro generale della realizzazione personale (ciao Maslow), però allo stesso momento, ricordo di aver raggiunto un alto livello di stanchezza fisica e mentale nel perseguire questo obiettivo che mi aveva portata a spegnere entusiasmi ed energie, che come potete immaginare sono il motore delle nostre ambizioni. Quindi, verso il traguardo, ingranando le ultime marce mi ero ripromessa di ricordarmi di premiarmi per questa forza, perseveranza, volontà, determinazione, chiamatela un po’ come volete.

La solita SWOT analysis – Come premio, il leitmotif alla base della scelta della ricompensa, è stato che fosse “qualcosa per me”. Sembra facile abbiamo detto, ma ho tentato di farvi capire appunto che non lo è.
Quindi, siccome nel definire criteri e variabili sono molto brava, ho definito scientificamente i parametri dentro i quali poter valutare il premio ideale affinché rispettasse il requisito base “qualcosa per me“.

Qualcosa che, in maniera inconscia, senza troppe riflessioni, mi trasmettesse serenità, qualcosa in cui o per cui non sentivo giudizio o a mia volta non mi sentivo giudicata. Qualcosa che mi arricchisse, che mi permettesse di esprimermi, in cui o dove potessi avere l’opportunità di fare o vivere cose che mi portano a una gioia pura, semplice, sana, mia. L’idea era trovare un’esperienza allineata il più possibile con la parte più vera di me.

E partendo proprio da qui è iniziato il magico viaggio pieno di strane coincidenze (se cosi si possono chiamare) che ha caratterizzato tutto questo “viaggio”.

Una volta stilato le condizioni che il mio premio personale doveva rispettare, è iniziata la grande elucubrazione mentale che ci ha portato a Parigi.

La scelta del premio – Parigi è una città che avevo già visitato 2 volte. Entrambe le volte con un fidanzato, in entrambi i casi durante i primi mesi della nostra relazione.
Per entrambi i miei accompagnatori era il loro primo viaggio a Parigi e con entrambi (com’è evidente) non è durata.
Quindi, una prima motivazione legata alla candidatura “weekend a Parigi sola con Kiki” è stata: Parigi, dicono che sia la città dell’amore, diamole l’opportunità di confermare questo detto tenendo in considerazione che prima di poter amare qualcuno, devi voler bene a te stesso, ergo ci vado da sola.
Secondo motivo: volevo non avere distrazioni dettate dal mio perfezionismo e dalla mia risaputa mania del controllo che si attiva addirittura in vacanza quando parte in automatico la modalità “planning del viaggio con tanto di indicazione della quantità di ossigeno che si puo consumare al minuto“. Parigi rispondeva a questo criterio perché essendoci già stata due volte, avevo già soddisfatto la mia innata necessità di vedere tutto quello che c’è da vedere in una città dopo un attento benchmarking di almeno 2 guide cartacee e 5 blog internet con articoli pubblicati negli ultimi 6 mesi. A Parigi potevo andare con un nuovo obiettivo: esplorare (e io adoro “esplorare” senza meta e senza Google Maps, è come provocare uno shock ipoglicemico nel mio cervello, una botta di dopamina). Questo significava non avere un tragitto definito, solo un’idea, non avere mete precise, solo attivare vista, gusto, olfatto e udito e lasciarmi trasportare dalla mia pancia e dagli stimoli provocati dall’ambiente intorno a me.

Perchè per me – Bè mi sono resa conto che molte cose che faccio nella vita non le faccio realmente per me, o meglio, credo di farle per me, ma la maggior parte delle volte se ci penso, sono decisioni prese pensando in aspettative altrui o non direttamente connesse con il mio “io” più profondo. Per farvi capire il senso, anche se estremizzo, è come quando diventi medico perchè mamma e papà hanno sempre pensato che a te piacesse e poi ti accorgi che la vista del sangue ti fa svenire. Parigi per me è stato il viaggio dove ho cercato la connessione con quello che realmente Kiki vuole e desidera, cosa la rende felice, senza paura di essere giudicata o senza il terrore di non essere all’altezza o magari di deludere qualcuno (non tutti proviamo queste cose, io spesso si).

Oggi facciamo quello che piace a te – Sembrerà stupido, però il processo che mi ha portata a capire che il premio che desideravo come ricompensa degli sforzi dell’anno passato era incentrato su qualcosa per me, deriva anche dalla consapevolezza che molte volte le scelte che ho fatto nella mia vita non erano realmente legate a quello che desideravo nel profondo, e la cosa assurda è che spesso parliamo di scelte idiote, basilari tipo il piatto da mangiare al ristorante. La sensazione che avevo di quei due precedenti viaggi a Parigi era che erano stati organizzati per realizzare un mio desiderio ma che in nessuno dei due casi alla fine abbiamo terminato con vivere un’esperienza creata in base a quello che io (o anche l’altra persona) realmente volevamo. Da un lato è normale, un viaggio a due è un compromesso, però nella mia testa il ricordo riaffiorava come qualcosa di poco equilibrato, sbilanciato sempre nel far felice l’altro e non me (ossia, alla fine che fingevo felicità riempiendomi di quella degli altri).

Il mio “Mangia, prega, ama” – Ecco, quasi un “Mangia, prega, ama” però soprattutto mangia. Molti non capiscono questa mia fissa per i ristoranti e il cibo delizioso, soprattutto considerando che non cucino, che dal lunedi al venerdi mangio riso e pollo alla piastra e che ho un passato con tanto di disturbi alimentari tali che prevedevano che mi nutrissi di aria e lacrime. Eppure c’è qualcosa di magico quando dal ciglio della strada butto l’occhio dentro un ristorante, leggo il menu, mi immagino l’atmosfera. E’ una sensazione che adoro quella che provo quando davanti a me si materializza un piatto al quale mi avvicino come fosse un’opera d’arte, bello o brutto che sia, carissimo o economico, non è questo il punto… E’ la salivazione il vero metro della qualità. Quell’estasi che ti spara una scossa dritta dritta al cervello. Questa cosa la sento estremamente mia, parte caratterizzante di me e non tutti la condividono, nemmeno tutti tra i più cari amici, e io me la volevo vivere. Più che “prega” per me è “esplora”. Quando cammino e mi perdo in una città la mia mente si ferma, non riesco a pensare a nulla, perdo la concezione di tempo e spazio, perdo il controllo, silenzio i pensieri. Ed è stupendo. Per me che vivo circondata di paranoie e da un costante”…e se fosse che”, poter vivere un momento in cui non riesco fisicamente ad attivare il cervello, immagino che equivalga a chi raggiunge l’illuminazione dopo anni di meditazione. “Ama”. Amare non sempre significa amare qualcun’altro. Soprattutto per me, adesso, significa amare i miei limiti, le mie paure. Accettare i miei difetti, accarezzare i miei traumi, abbracciare le mie insicurezze. Amarmi nel senso di non giudicarmi, non vivere costantemente con il terrore di non essere abbastanza. Ognuno di noi ha il suo modo di amarsi, per me era trovare contatto con le mie vere necessità, con ciò che amo nella vita è con ciò che amo di me.

Cosa voglio, cosa desidero – Ho capito che non c’è molto da pensare, c’è solo da ascoltare senza paura. Sono capitate parecchie cose strane durante questo viaggio, le cosi chiamate coincidenze. Che se ve le raccontassi (magari in un altro post) pensereste che c’è del soprannaturale in tutto questo. Quello che posso dire è che la vita è una simpatica umorista: quando meno te lo aspetti ti mette davanti esattamente a ciò che tu sai che hai bisogno nel momento esatto in cui ne hai più bisogno. Avevo bisogno di staccare la testa, abbassare il volume delle mie paure, accettarmi, superare limiti. Detto questo, credo che l’obiettivo “un premio per me” sia stato ampliamente raggiunto.

Parigi, il mio posto nel mondo, in senso figurato. Questo viaggio mi ha ricordato che il vero posto dove possiamo trovare pace è dentro di noi.

Ogni Kiki ha la sua Parigi.

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