Meet me halfway

“Courage stands halfway between cowardice and rashness, one of which is a lack, the other an excess of courage” – Plutarco

Sí, dai.
Vienimi incontro. Facciamo 50-50, half-half, un passo tu e un passo io.

Sul tema del compromesso, quando si parla di sentimenti e relazioni, è superfluo dire che il campo è minato. Perché già lo sappiamo.
A quanto pare questo del compromesso è uno dei primi dogmi contro i quali ci scagliamo evolvendo.
Be’, la storia (piú o meno personale) insegna che ci furono epoche di grandi compromessi che, in confronto, i Trattati di Parigi sono acqua fresca.
La letteratura classica insegna che tra tutti i compromessi relazionali esistenti, il piú rinomato è il matrimonio, al punto che, al giorno d’oggi, ci sono pensatori liberi che lo schivano facendone una questione di principio.
Ció nonostante, non è esattamente di questo che vi voglio parlare, e come sempre, il rischio per me di divagare è latente.

Come dicevo, la vita e l’esperienza ci insegnano che il “compromesso” non sempre puó essere sottovalutato, anzi, è importante leggere il bugiardino delle istruzioni con relative precauzioni due o piú volte per calibrare la posologia piú adatta al caso.
Arrivo un po’ piú vicina al punto: tra le peggiori controindicazioni legate al compromesso (relazionale) troviamo “l’effetto salvami”, citato anche da altri autori come “sindrome da crocerossina”, per altri equiparabile ad un piú pedagogico e conosciuto “istinto materno”.
C’è un caso umano nel nostro raggio di azione? Eccoci pronti a prendercene cura, come con un cucciolo abbandonato, facendo del compromesso la scusa perfetta per giustificare la qualunque, compresa la mancanza di rispetto per se stessi.

L’altro caso estremo (… per poi arrivare al compromesso)?
Quel mix tra testardaggine, “ottusangolitá”, ristrettezza mentale, o semplicemente l’essere talmente delle capre da non sapersi avvicinare agli altri, al sapersi mettere in gioco anche fosse solo per prendere una vagonata in faccia ma con il rischio di imparare qualcosa che poi ci puó migliorare.
E ce ne sono di capre cosí eh, primi tra tutti “i feriti” e le “vittime” del primo estremo.
Quindi, questo prologo per spiegarvi in modo piú dettagliato verso il tipo di compromesso di cui parliamo oggi.
Chiamiamolo appunto “compromesso relazionale” o “empatia relazionale” per facilitá.
Non confondiamolo con debolezza caratteriale, non accusiamolo di essere codardia (mancanza di palle) o frutto di poco amor proprio.
Anzi, partiamo dal presupposto che diamo per sottinteso che questo tipo di “empatia relazionale” (da qui in avanti “compromesso”) è da intendersi come un gesto di crescita interiore, un compromesso con i propri mostri, sintomo di un’attitudine umile protratta al desiderio di volersi migliorare avvicinandosi agli altri, accettando i nostri limiti.

“Incontriamoci a metá strada” – Come segno di amore verso noi stessi, proprio perché siamo in grado di riconoscere (ed ammettere anche agli altri) che non siamo perfetti, che abbiamo cicatrici, che costruiamo barriere, limiti, indossiamo armature e che solo i migliori di noi riescono (con immensa umiltá e forza interiore) a riconoscere tutto questo e a sforzarsi consapevolmente per limare il tutto dolcemente.

Non si tratta di cambiare, le persone non cambiano (evolvono), l’ho detto mille volte.
Si tratta di apprendere da una situazione (o da una persona) e volersi abbastanza bene da mettersi in gioco (per se stessi, non per l’altro).
Ripeto, non è segno di debolezza o mancanza di carattere fino a quando la ricerca del compromesso non si trasforma in un cambiamento per poter piacere a qualcuno o poter soccombere a determinate dinamiche. Questo andrebbe contro al “primo principio di inerzia del compromesso” di cui stiamo parlando, mosso e motivato appunto dall’amor proprio, dalla volontá (non ossessiva) di volersi migliorare in modo coerente con quello che il nostro cuore realmente desidera.
Tra l’altro, onestamente, io resterei piacevolmente colpita da una persona che mi “mostra” questo lato di se. Sexy.

Oggi, a parte la fragilitá delle relazioni dovuta (chissá) soprattutto ad una superficialitá generalizzata e da un lifestyle (o leitmotiv)  sempre piú socialmente accettati dove tutto è fast, anche l’amore (non solo il food), assistiamo anche ad una nuova rigiditá condivisa nell’apertura verso gli altri (e verso noi stessi).
Reazione incondizionata appresa (stile “imprinting” alla Konrad Lorenz) dalla nostra generazione in risposta ad un comportamento diffuso per secoli per il quale “bisognava provare, insistere, stringere i denti, fino alla morte“.
Ovviamente, come spesso accade (e la storia insegna), arriva il contro-movimento, la rivoluzione per cui si passa da una situazione di “resistenza” quasi partigiana a un’epoca new age dove siamo tutti “figli dei fiori” con i cuori degli altri. 
Da: “finché morte non ci separi” a “se non va, non va”.

Allora, chi giá da un po’ segue le fantastiche e mirabolanti avventure della FirstLady sa che sono la prima fan e sostenitrice accanita del let it flow and let it go, del volersi bene come primo pensiero dopo il suono della sveglia, questo per evitare di inciampare in dinamiche autolesioniste che vedono anteporre gli altri al nostro amor proprio (unica cosa che ci permette di amare gli altri).
Quindi, con tutto questo pippone, non voglio dire che improvvisamente dobbiamo incaponirci nel far funzionare situazioni che non vanno da sole o fissarci nell’aggiustare porte che cigolano quando non abbiamo nemmeno intenzione di aprirle attraverso la scusa del “compromesso”.
Il punto qui è che spesso siamo drastici di default per difesa personale, e per paura di inciampare in un meccanismo cieco dove rischiamo di perdere il senso dell’orientamento (la bussola che segna il nord di noi stessi nel mondo).
Ci muoviamo per paura e andiamo agli estremi, con il terrore appunto che se allunghiamo la mano verso qualcuno poi ci prenda tutto il braccio. Quando, molto spesso, allungare una mano significa avvicinarci di piú al nostro cuore.

In pratica – se prendo coraggio e faccio un passo verso di te, magari lo faccio per me, per abbattere le mie barriere e consapevole dei miei limiti. Non significa solo fare un passo verso l’altro, nella migliore delle ipotesi chissá non è propriamente un compromesso a due, ma magari è solo un compromesso sotto mentite spoglie.
E’ piuttosto un’ennesima battaglia personale. Quando diciamo che spesso determinate relazioni ci hanno migliorato o insegnato qualcosa, spesso intendiamo che hanno attivato un interruttore che ci ha permesso di sganciarci da (nostri) meccanismi arrugginiti o che hanno acceso una luce in una stanza buia.

Non si tratta di cambiare per qualcun altro, si tratta di accettare l’ennesima sfida personale nel volersi migliorare. Sfida personale, ripeto.
Per quello, prima di dire “se non va, no va” poniamoci la domanda: “qual è il punto?“.
Non voglio mettermi in gioco perché non è una battaglia allineata con le mie necessitá o semplicemente ho paura di uscire dalla mia zona di comfort?


Conclusione – La mia mamma (e la mia insegnate di yoga) mi hanno insegnato che spesso le persone, o le situazioni nella vita, arrivano per insegnarci qualcosa, sono fini a se stesse.
Spesso incontriamo persone o viviamo momenti in cui l’unico significato è quello di insegnarci qualcosa con il fine ultimo di migliorarci o di renderci piú consapevoli di quello che possiamo migliorare in noi stessi, per raggiungere un nostro compromesso.
Magari giustamente “se non va, non va” e il fine ultimo sará lasciare andare la persona o la situazione che ci hanno portato lí, ma con il risultato di aver fatto un passo in piú verso quella sensazione di pace con noi stessi che si raggiunge a furia di smantellare difese e armature nate da precedenti battaglie.