Il nostro massimo comun divisore

Non so bene come volete interpretare questa cosa, peró credo che questa pandemia e confinamento ci abbiano obbligati, in un certo senso (molto lato), a lasciarci andare verso una situazione quasi inevitabile: ascoltare i nostri pensieri.
L’ho detto in maniera elegante, ma possiamo anche riformulare il concetto in modo molto più comprensibile alle masse: abbiamo dovuto destreggiarci quotidianamente con l’estremo dei nostri pensieri. Abbiamo dovuto fare i conti con il battito del nostro cuore, accettare che il silenzio fa rumore e sa di paranoie, assiomi, iperboli, personificazioni e ossimori.
Semplifichiamolo ancora di più: siamo diventati un po’ tutti filosofi spronati dal “dolce far niente” e coccolati da un tempo che non passa mai.

Nella surrealitá del surreale abbiamo riscoperto (spero) relazioni, valori, sensazioni, prioritá, qualitá. Siamo divetati tutti un po’ più saggi o semplicemente più deliranti? Gran bella domanda.

In questa nuova saggezza delirante, l’altro giorno durante un simposio domenicale tra noi adepte della setta delle zitelle, ci siamo trovate davanti ad una grande scoperta. Magari sta volta potremo dire di aver lasciato in ereditá ai posteri una grande veritá, si spera. O magari sará un’ennesima elocubrazione mentale (femminile)?

Come spesso accade durante i simposi tra ragazze, ci stavamo psicoanalizzando a vicenda, ognuna di noi forte delle sue grandi esperienze epiche, di quelle che ti rendono (sembrerebbe) una persona migliore, ma a quanto pare soprattutto nel dare consigli agli altri.

Ognuna di noi con temi e situazioni diverse, ognuna di noi con vissuti e tragedie diverse, ciascuna alla ricerca di qualcosa di differente, però a quanto pare, ancora una volta, tutte accomunate da un così detto massimo comun divisore.

Il tutto ha iniziato a prendere forma mentre sul tavolo c’erano in gioco due temi a prima vista differenti ma non tanto da non poter trovare una sottile linea che li congiungesse e li portasse verso la stessa identica grande veritá rivelata. (Nota per i lettori: capite perchè non è ancora ben chiaro se si tratta di illuminazione o di puro delirio da quarantena).

Tema uno: il tutto sembra essere nato da un’incomprensione verbale la cui origine possiamo ricercare in due grandi pilastri della filosofia relazionale. Pilastro numero uno: consapevoli che il cervello maschile elabora informazioni in maniera piú lineare e binaria rispetto al cervello femminile, che come sappiamo è complesso (non complicato), molto spesso questa biodiversità ci porta in modo naturale verso una incomprensione che si manifesta addirittura come quasi il parlare due lingue differenti.
Pilastro numero due: diretta conseguenza del linearismo maschile e della complessità femminile, il lettore più attento capirá senza grande necessità di approfondimento che anche il “nostro orologio dell’amore” (chiamiamolo cosi per distinguerlo dal più famoso “orologio biologico”, anche se poi alla fine sempre della stessa cosa parliamo) è decisamente sintonizzato su due fusi orari diversi. Approfondisco il concetto. Lo spazio temporale, secondo la mente maschile, sembra essere perfettamente riassunto dall’espressione “qui ed ora”. Dai, siamo sinceri, le proiezioni spazio-temporali non sono cosa da maschi. I viaggi nel tempo non sono per niente “il forte” dell’altro sesso. Se vogliamo vederci un po’ di positivo in questo, diciamo che i maschi tendono verso la perfezione del “stay in the moment”. Quanti uomini si preoccupano di “cosa sará di noi domani”? Questo per contrapporre a questa evidenza l’altro fatto conosciuto su cui si basa questo secondo pilastro, ossia che noi donne siamo accelerate verso l’infinito ed oltre. Che siamo fisicamente in un posto ma abbiamo il super potere di fare salti temporali senza precedenti, un andirivieni dal presente, passato e futuro che nemmeno la letteratura russa. Stiamo sorseggiando un caffé con uno sconosciuto ma prima ancora di chiedere il conto ci stiamo giá domandando se vivremo in cittá o in campagna, se lo presenteremo alla famiglia o se abbiamo davanti un’ennesima relazione “yogurt” (con data di scadenza ben impressa a piena fronte).

Tema due: sullo stesso tavolo un’altra questione, come dicevo, apparentemente diversa che poi si riscoprirá praticamente identica. In questo caso si parla di una nuova frequentazione, di quelle che hanno tutta l’aria di essere ancora nella fase piú dolce, come il primo assaggio di un coulant al cioccolato, quella fase in cui la salivazione va a mille e lo zucchero ti annebbia il cervello (quella fase dell’assaggio per intenderci, prima che arrivi la nausea da troppo cioccolato in tutte le sue consistenze). In questo caso la scintilla che ha portato sul tavolo la questione è stata lo sclero immotivato e quasi psicotico della protagonista femminile. Immaginatevi che al primo assaggio del coulant al cioccolato, un secondo stai per piangere da quanto te lo stai godendo e dalla perfezione della sua consistenza, e appena ingoi il primo boccone poi lanci il piatto contro la parete perchè è troppo buono per te. Il tutto mentre l’essere maschile protagonista del tema due è assolutamente tranquillamente assorto nel suo “qui ed ora”. Se vogliamo riportare l’esempio alla scena del coulant, immaginatevi che sia una cena a due: lei assaggia il dolce, estasiata, lui sorseggiando il suo whisky resta inebriato da lei in estasi e poi improvvisamente lei lancia il piatto. Immaginatevi lui come si sveglia bruscamente dal suo “qui ed ora”. Ecco.

Voi vi chiederete che cosa hanno in comune due situazioni cosi differenti. Protagonisti diversi, realtá diverse, reazioni diverse, problematica differente. Eppure credetemi che alla radice di questo c’è la stessa sostanza.

Non abbiamo ancora ben capito (noi del simposio) se il tutto si possa ricollegare ad una specie di istinto femminile di sopravvivenza della specie. I maschi si focalizzano sull’atto riproduttivo (circoscrivibile quindi ad un qui ed ora), mentre noi donne pare siamo quelle portate alla parte relazionale, alla costruzione, al legame, al “futuro”. Ció che è stato evidente ai presenti è che il massimo comun divisore sul piatto della bilancia è senza dubbio questa necessitá incontrollabile che il cervello femminile ha di andare avanti e indietro nel tempo in maniera incontrollata, facendosi domande la maggior parte delle quali ruota assiduamente attorno a questioni come “sará lui la persona giusta?”, “io lo voglio sapere adesso, perché non ho tempo da perdere”, “Non voglio un ennesimo caso umano o affrontare l’ennesimo fallimento sentimentale”, “mi piacerá davvero o sto solo idealizzando?”, “Mi sto accontentando delle prime attenzioni che mi rivolge un uomo?”, “lo amo davvero o sono solo innamorata dell’amore?”, “e se mi stesse sfuggendo un dettaglio fondamentale che potrebbe compromettere il futuro della mia specie e dei miei nipoti?”.

Ovviamente siamo tutti consapevoli durante i nostri momenti di luciditá che c’è un tempo ben definito per porsi le suddette domande, di grazia peró, dove starebbe l’incanto della questione se il cervello femminile seguisse il “qui ed ora” maschile ed evitasse di fare voli pindarici in ere e epoche ancora tutte da scoprire che nella maggior parte dei casi poi scopriremo essere scenari che nemmeno si verificheranno lontanamente?

Davvero, adesso magari ho esagerato. Ma credetemi, noi donne, per lo meno il 95% di noi, facciamo continuamente questi pensieri. Li facciamo anche se poi siamo le prime a consigliare alle amiche di rilassarsi, di godere del presente, di non occupare la mente con proiezioni imprevedibili. Siamo le stesse che blateriamo che “in amore non esiste il fallimento”, quelle che sosteniamo che “le nostre esperienze ci hanno reso la bella persona che siamo”. Quelle che sventoliamo ai quattro venti che “siamo indipendenti e che non abbiamo bisogno di un uomo”. Sí, siamo brave a parole, siamo queste davvero nella teoria, ma nella pratica, al primo litigio o al primo shock da zuccheri siamo quelle che vengono divorate vive dalla paura di soffrire. E la paura di soffrire le riassume tutte miei cari: paura dell’abbandono, del fallimento, di restare soli, di non essere abbastanza, paura del rifiuto, sindrome dell’impostore. All in.

Pensavamo fosse che siamo diventate esigenti, selettive, esperte, che ci amiamo al punto tale que volgiamo solo essere sicure di condividere il nostro tempo cosi prezioso con esseri viventi che ne valgano davvero la pena. Siamo quelle che dicono che non si accontenteranno mai, perché sanno stare da sole. Tutto vero, io non lo nego. peró poi davvero, siamo quelle che al primo colpo d’aria dicono che sta arrivando l’inverno.
Non è sminuire questo, anzi secondo me questo ci rende gli esseri perfetti che siamo. Non si puó essere tutta teoria e niente cuore. Questo è il nostro “cuore”.

Restiamo esseri fragili, tutti. Anche i maschioni del “qui ed ora”, non sono poi molto diversi. Focalizzarsi sul qui ed ora li aiuta a non dover affrontare le grandi incertezze dell’Amore e della Vita.

Qualcuno (di sesso maschile) un giorno l’ha definita “paura di impegnarsi”. Niente di diverso dalla donna che ammette in silenzio di avere paura dell’ennesimo fallimento, da quella che ha paura di accontentarsi e quella che ha il terrore di idealizzare troppo. Noi argomentiamo di più, dipingiamo con tutti i colori, amiamo il dramma e i film a piú puntate.

In ogni caso, in ogni situazione, per ogni azione o reazione, pare davvero che siamo tutti nudi sotto la stessa lampada. Duri o mammollette, tutti accomunati dalla stessa (singolare) grande paura.

Il massimo comun divisore in amore.
Perché l’amore si sa, è una cosa meravigliosa che nessuno puó domare.
Ne stando “qui ed ora” ne viaggiando nel tempo come pallottole impazzite.

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